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Come distinguere i sacchetti biodegradabili da quelli compostabili e gettarli correttamente.

Con una sempre maggiore attenzione all’utilizzo della plastica, dal 1° gennaio 2018 sono stati introdotti nei supermercati e in tutti i punti vendita alimentari, i sacchetti biodegradabili, ovvero le buste per riporre all’interno soprattutto frutta e verdura.

Sacchetti per frutta e verdura

Lo scopo, come abbiamo appena detto, è quello di limitare l’uso dei sacchetti in plastica, che potrebbero avere difficoltà di smaltimento.

Ma, con riferimento ai sacchetti biodegradabili, dove buttarli invece?

Innanzitutto, dobbiamo fare una prima distinzione tra sacchetti biodegradabili e quelli compostabili.

I sacchetti biodegradabili sono quelli che hanno la capacità di decomporsi ai raggi solari o agli altri agenti fisici naturali, nell’arco temporale di sei mesi.

Questa tipologia di sacchetto va gettata, in ogni caso, nella raccolta della plastica.

E nella plastica vanno buttati anche i vecchi sacchetti, dei quali, soprattutto le piccole attività, ne fanno ancora utilizzo.

I sacchetti compostabili, invece, sono sia naturalmente biodegradabili che disintegrabili, ossia distruggibili interamente e non soltanto nel 90% del materiale, come quelli biodegradabili. Hanno, inoltre, la possibilità di trasformarsi in compost, ovvero in concime naturale.

Per tale motivo, i sacchetti compostabili vanno gettati nella raccolta dell’umido.

Purtroppo, non è semplice distinguere le due tipologie di sacchetti, anche se la normativa è molto chiara: dovrebbero presentare l’apposita descrizione, nonché almeno uno dei marchi che ne certifica il materiale.

Inoltre, pure il numero dei micron è un indice di differenziazione, anche se – naturalmente – non è nella facoltà di tutti di essere in grado di conoscere la quantità di micron che ne determina lo spessore.

La lotta all’uso della plastica, iniziata globalmente un paio di anni fa, sta man mano interessando tutti i settori e mira all’abbattimento dell’utilizzo di imballaggi e supporti in plastica, materiale che impiega un numero spropositato di anni per essere smaltito.

Attualmente, l’effetto maggiormente visibile agli occhi di tutti è la creazione di vere e proprie isole di plastica che popolano i nostri mari, con il rischio di altissime concentrazioni di PCB negli animali marini, che confondono i filamenti di plastica con il plancton.

Un atteggiamento più sensibile, dunque, è auspicabile non solo per il futuro del pianeta, ma anche per il presente della nostra salute.

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